
138 Il pianto di Ulisse
Noi che ci sentivamo dei grandi uomini
non volevamo vivere come dei bruti.
La sete di conoscenza ci faceva smaniare
e ardere di un sacro fuoco inestinguibile.
Non potevamo più rimanere nell’ignoranza,
nella calda culla dei nostri antenati,
protetti e al riparo dal mondo là fuori,
dovevamo dispiegare le vele e il coraggio
e prendere il mare verso l’ignoto.
Cosa c’era di là del confine?
Quali popoli, persone, mondi e costumi?
La nostra mente e il nostro cuore
erano infiammati dal desiderio di sapere,
e l’avremmo fatto contro ogni ostacolo,
anche a costo della nostra stessa vita.
Tutti sanno poi come la storia sia andata:
navigazioni, approdi, avventure eroiche,
drammi e illusioni, incontri, lotte e magie,
fughe rovinose, sortilegi, amori e abbandoni.
Tutte le esperienze sopportabili da un uomo
furono per me l’aprirsi ad una conoscenza
dolce e amara, affascinante e terribile.
Ma questo dava un altro sapore alla vita,
dava forza alle passioni, acume e intuito.
Era vivere con una maggiore intensità,
senza sprecare i momenti e le occasioni.
Pensavo d’aver toccato il vertice dell’umano,
il mito realizzato di un uomo superiore.
Ma ora che da tempo ogni cosa è compiuta
e la mia barba si imbianca come la mia anima
ripenso a tutta la mia vita e vedo i miei errori.
Il prezzo pagato per quell’empito di libertà
è stato troppo alto e per me insopportabile.
Non fu solo per gli eccessi e la sfrontatezza,
per gli amori traditi e le meschine astuzie,
per le ospitalità mal ricambiate e gli inganni…
Tornai a Itaca per una terribile vendetta,
per reclamare e riottenere ciò che era mio,
ma anche per lordarmi le mani di sangue.
Affrontai i Proci trasgredendo la legge sacra
che dice che non devi mai uccidere un uomo
solo per rivendicare ciò che è un tuo possesso.
Fu un gesto per nulla eroico, privo di gloria,
un marchio indelebile di infamia e ignominia
di cui oggi mi pento con profonda angustia.
Il grande afflato che mi aveva ispirato
facendomi vivere grandiose esperienze,
-diecimila vite in una, molteplici identità,
fino a diventare un Nessuno, eroe impavido,
conquistatore del mondo e dei suoi segreti-
si spegneva nel lago di sangue dei Proci.
Anche Penelope, da loro ingiuriata e vilipesa,
rimase sconvolta da quell’estremo epilogo
e mi donò una prima luce di consapevolezza.
Lei mi aveva aspettato, aveva confidato in me,
attendeva i sorrisi e le dolci parole d’amore
che suggellano l’unione sacra di due anime.
Nella sua tela era ricamata tutta la pazienza,
la forza impareggiabile del cuore femminile
che nutre e cura ma giammai toglie la vita
e sa con certezza che l’amore vince sull’odio.
Invece Penelope ora si ritrovava smarrita
davanti a un uomo che ricordava fiero,
ma capace di vincere senza offendere,
usando l’intelligenza invece della spada.
Oggi un’ombra cupa si leva sulla mia storia.
Le scoperte e i successi si ridimensionano
e diventano le bramosie di un piccolo uomo.
Ma è anche il tempo delle vere domande:
Ci voleva tutto questo per diventare grandi?
Era il prezzo che richiedeva la conoscenza?
Cosa mi muoveva alla conquista del mondo,
perché navigavo verso territori sconosciuti,
solo per curiosità e per il mio ego smisurato?
Valeva la pena di seminare dolore e infelicità,
ferendo anche chi mi amava e mi ospitava?
Nei tempi futuri, sono sicuro, si parlerà di me,
di colui che insegnò la conquista del sapere
e che da umano volle eguagliarsi al divino
tornando incoronato nella gloria dell’eroe.
Questo fu certamente uno dei miei volti,
un’eredità che lascio alle prossime generazioni.
Ma ascoltate…c’è anche l’ Ulisse pentito,
un Ulisse punito dai suoi stessi errori,
che vorrebbe tornare indietro nel tempo
a perdonare, a risanare, a comprendere,
a superare l’egoismo e la voglia di dominio.
Un Ulisse capace di imparare le piccole cose,
spesso più preziose delle imprese eclatanti
che lasciano una scia di dolori e vendette.
Se dunque vecchio e stanco nell’animo
ho ancora qualcosa da insegnarvi, vi dico:
cercate l’amore per una conoscenza
che non sia solo un peregrinare fuori di sé,
ma soprattutto un viaggio dentro di sé,
un conoscere che rifiuti ogni violenza,
che si ponga sempre al servizio della vita,
che voglia la pace, l’amore e l’amicizia.
Vi rivelo che furono le lacrime di Penelope
di fronte al sanguinoso massacro dei Proci,
il suo viso sgomento di fronte a quel furore,
il suo sguardo su di me che mai dimenticherò,
ad aprirmi gli occhi su quello che ancora non ero.
Furono poi le mie stesse lacrime di dolore,
un pianto di consapevolezza e pentimento
per aver ferito anche la mia donna amata,
a scavare nella mia carne e nella mia anima
e demolendo per sempre la maschera dell’eroe
a trasformarmi finalmente in un vero uomo.
9 novembre 2023