Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


81 L’orcio forato

Vi devo raccontare l’epico scontro tra Socrate e Callicle,
una lotta fra titani seguita da noi presenti col fiato sospeso.
La venerazione per il vecchio maestro e la sua saggezza
creavano nel gruppo uno spirito comune di rispettosa concordia,
mentre il dialogare si dipanava e apriva nuove vie al pensiero.
E alla fine erano sempre le parole di lui a suggellare l’incontro,
nel momento in cui l’idea si imponeva ormai chiara e luminosa,
pacificando i cuori e le menti in una conclusione da tutti condivisa.
Questa era la magia di quegli incontri con Socrate,
che sornione sorrideva e ci trafiggeva con il suo sguardo
e intanto scriveva nelle nostre anime e imprimeva in esse
un insaziabile, ardente desiderio di ricerca del vero.
Ma quel giorno accadde qualcosa che ci lasciò sconcertati.
Noi che per Socrate nutrivamo un’ammirazione senza limiti,
noi che amavamo sempre concludere gli incontri nell’accordo
dovemmo assistere al duro scontro tra due mondi opposti,
due modi di pensare l’uomo e la vita stridenti e inconciliabili.
Fu il giovane sofista Callicle ad accendere la discussione
e a scontrarsi con Socrate sui temi della politica e della giustizia,
un giorno in cui ci aveva ospitati nella sua sontuosa dimora.
Dotato di parola abile e veloce, con piglio sfrontato e irridente
-così almeno parve a noi di vedere quel giovane ateniese –
Callicle sfidava gli insegnamenti del maestro e della tradizione
esponendo senza timore la propria concezione della giustizia:
nella società, come nella natura, vige il diritto del più forte;
solo ai forti e ai coraggiosi spetta il governo della città;
non potranno mai le leggi volute dai tanti frenare i migliori,
perché esse nascono dal timore e dall’impotenza dei deboli,
di coloro che vivono senza passioni, arresi e morti come pietre;
la polis non può essere governata dai paurosi e dai mediocri,
incapaci di vedere e apprezzare la forza e la fierezza del genio;
solo le passioni lasciate libere e senza freni danno la felicità;
solo la licenza di dominare concede fama, potere e una vita piena…
Queste idee così lontane dal nostro sentire ci inquietavano,
perciò guardavamo Il maestro preoccupati, attendendo la sua risposta.
Ma Socrate appariva tranquillo come sempre e ascoltava attento,
osservando il giovane con sguardo intenso e insieme divertito.
La sua risposta volse subito la discussione sul tema del ‘dominare’:
le parole vanno sempre definite ed esaminate nei loro vari sensi
e non è raro scoprire un significato profondo che prima sfuggiva.
Quando si parla di governo della città e degli altri, disse Socrate,
non dobbiamo dimenticare l’importanza del governo di sé stessi,
perché chi non sa dominare i propri impulsi è ancora immaturo,
quindi non può essere una guida giusta e saggia per i cittadini.
Le passioni senza freni, la dissolutezza e la smania di potere
non portano mai alla felicità che invece richiede un animo quieto,
temperanza, equilibrio, capacità di accontentarsi di ciò che si ha.
Ascoltando la risposta di Socrate ci sentivamo sollevati,
riconoscevamo nelle sue parole gli insegnamenti di vita
che sentivamo nostri e che sempre ci avevano ispirato.
Ma Callicle non si arrendeva, anzi riaffermava le sue idee
con maggior veemenza, ergendosi davanti a Socrate
in un atteggiamento di orgogliosa sfida al maestro,
ribadendo che è la natura a decretare la legge del più forte
e che nessun diritto umano cambierà ciò che è così da sempre.
Chi predica la temperanza e la virtù vuole solo tarpare le ali
e impedire ai migliori di perseguire liberamente la propria felicità.
Callicle concluse il suo discorso definendo buffonate senza valore
la filosofia, la morale, i costumi e le convenzioni sociali della città.
Socrate allora fece un lungo discorso per approfondire la questione.
Pur apprezzando la franchezza del giovane e la sua esuberanza,
con le sue riflessioni egli tornava alla fonte originaria del mito orfico
per recuperare un’immagine capace di mettere a fuoco il problema:
nella visione dei Misteri l’anima aspira a riconquistare quella Realtà
che per bellezza e perfezione supera ogni immaginazione umana,
ma per farlo deve spogliarsi dei desideri che la legano al mondo
e la intrappolano nelle sabbie dell’egoismo e della tracotanza.
Compito dell’uomo saggio è quindi vivere quieto e distaccato,
libero dalle folli passioni che lo incatenano alla realtà sensibile.
L’immagine orfica che descrive l’uomo schiavo dei desideri
è quella dell’orcio forato – diceva Socrate – un pozzo senza fondo
che non potrà mai essere riempito per quanto liquido si versi.
Ogni tentativo sarà solo fonte di frustrazione e recherà sofferenza,
perché il nostro più profondo desiderio, l’unico che davvero conta,
è quello dell’anima che vuole ricongiungersi all’immortale Essere,
il mondo superiore delle Idee che è il regno della vera beatitudine.
Di fronte al discorso di Socrate ci sentivamo tutti rassicurati,
eravamo certi che la saggezza delle sue parole avrebbe colpito
e fatto breccia nella mente e nel cuore del giovane Callicle,
portandolo a meditare su quale sia la giusta battaglia
che vale la pena di combattere per ogni essere umano:
quella che aspira alla libertà interiore, ad una vita ordinata,
alla sapienza e alla saggezza che nutrono l’anima e la elevano,
almeno per quanto è concesso a noi esseri mortali.
Ma con nostro disappunto Callicle terminò bruscamente il dialogo
dicendo a Socrate di non essere affatto persuaso dal suo discorso
e di rimanere più che mai fermo e convinto sulla sua posizione,
perché vivere in modo saggio e quieto toglie ogni dolore e gioia,
mentre il piacere della vita è proprio “nel suo continuo e grande fluire”.
Così dicendo Callicle volse le spalle a Socrate e se ne andò
e il loro dialogo ebbe fine nella maniera più aspra e disarmonica…

Sono passati anni da quell’episodio, ma la mia memoria è intatta
e ora che mi accingo a scriverne nel dialogo che chiamerò Gorgia
mi rendo conto che anche per me fu un momento molto importante.
Ora vedo con la chiarezza che è data solo dalla distanza nel tempo
che noi discepoli di Socrate vivevamo frenati dalle nostre paure,
timorosi del disaccordo e dello scontro, aggrappati al nostro maestro
bisognosi di rifugio e conforto, incapaci ancora di essere autonomi,
sgomenti di fronte alla libertà che egli stesso ci offriva e dimostrava.
La libertà di pensare e scegliere da soli per la propria vita fa paura,
ma è la sola che ci trasforma da studenti a nostra volta in maestri.
E paradossalmente lo stesso Callicle ci aveva aiutati a crescere,
mostrando un coraggio che ci faceva apparire docili e pavidi discepoli
attaccati alla tunica di Socrate per difendere una presunta nostra ‘verità’.
Col tempo penso di aver compreso davvero il sottile gioco del maestro
che sfruttava ogni situazione per aiutare noi a conoscere noi stessi.
Oggi ringrazio Socrate e Callicle per aver interpretato in modo superbo
una scena di quella grande commedia che è il nostro mondo di umani.
Non c’è esperienza che non possa essere un’occasione di crescita
se siamo capaci di vivere con consapevolezza quello che accade.
Osservando gli altri vediamo noi stessi riflessi nei ruoli del mondo,
così scaviamo nel profondo dell’anima per capire il nostro destino,
intraprendendo il viaggio verso l’Eterno che l’anima già conosce.
E questo senza paura di trovarci imperfetti come un orcio forato,
perché anche l’esperienza delle umane passioni fa parte del gioco
che dall’ignoranza, gradino dopo gradino, porta alla vera sapienza.
15 dicembre 2022

Home Articoli