
88 Non possedere nulla, avere tutto
-Ancora una volta la domanda sulla felicità?
-Sì, vale sempre la pena di riproporla, anche perché se è antica come il mondo significa che ha una portata universale ed è urgente per tutti noi.
-Il fatto è che la definizione di felicità ha avuto nei secoli una miriade di risposte diverse: ciò che fa felice me non rende felice te… Sembra impossibile uscire dalle secche del soggettivismo e trovare un filo interpretativo convincente.
-Forse l’approccio filosofico ci aiuterà a scavare più a fondo. Anche se non risolveremo il problema avremo comunque chiarito a noi stessi cosa intendiamo con questa parola così semplice e così impegnativa.
-Io comincerei da una constatazione banale: tutti gli uomini ricercano la felicità, sia nella forma di sensazioni ed emozioni sia come possesso di cose, oggetti, idee. Possiamo essere felici per un viaggio, un’amicizia, una musica, un’esperienza, un sentimento… è un universo vastissimo fatto di infiniti livelli e modi di vivere.
-Sì, ma per cominciare proporrei di fare una distinzione tra il piacere e la felicità. È una schematizzazione che semplifica e non rende ragione di tutte le sfumature, ma la prendiamo solo come un punto di partenza.
-Il piacere mi sembra legato strettamente al corpo e alle sensazioni fisiche, ma anche a livello dell’intelletto ci sono forme di piacere che derivano dal soddisfare un desiderio: possiamo apprezzare un buon pasto, ma anche un’opera d’arte, un paesaggio, il successo in quello che facciamo…
-Certo, osserviamo però che questi tipi di soddisfazione sono sempre causati da qualcosa di esterno, quindi dipendono sempre dagli altri, dalle circostanze, dall’aleatorietà delle situazioni.
-Gli antichi filosofi dicevano che i piaceri del corpo sono quelli più bassi perché radicati nella nostra animalità, ma esortavano ad evitare anche le forme di piacere che seducono e traviano la mente, quali la fama, il potere, la ricchezza smodata.
-Se ad esempio hai l’ossessione del potere sarai dipendente dalle situazioni che lo implicano nelle loro dinamiche. Il mondo ti apparirà come un luogo di lotta senza fine, di competizione sfrenata, dappertutto vedrai solo insidie e nemici…
-… e imparerai a diventare un uomo cinico, astuto e calcolatore, manifestando le peggiori qualità di un essere umano.
-Il piacere che deriva dal dominare gli altri sarà come una droga che pretenderà dosi sempre maggiori e finirà prima o poi col distruggere anche te.
-E quindi invece di essere padrone delle situazioni ti troverai ad essere schiavo del meccanismo infernale che tu stesso hai messo in moto.
-I piaceri sono fuggevoli e ingannevoli, si presentano come dolce miele per l’ego, poi si rivelano una pozione venefica. Nascono da desideri che si riproducono all’infinito e che, anche se soddisfatti, lasciano una sensazione di vuoto e di incompletezza.
-Ecco perché siamo spesso irrequieti e aggressivi, oppure frustrati e depressi. Anche se nessuno ci ha fatto nulla ci piace interpretare la parte della vittima che leva il suo lamento contro un mondo infame e ingiusto.
-Ovviamente i piaceri non sono di per sé un male se gestiti con misura, equilibrio e saggezza. Hanno il loro ruolo nella vita e ricercarli è una tendenza naturale. Ognuno di noi deve solo trovare il limite giusto, il confine oltre il quale essi diventano distruttivi. Se ci dà piacere maltrattare gli altri o usarli come mezzi per raggiungere i nostri scopi degradiamo l’essere umano e noi stessi, creiamo un mondo spietato dove non possono fiorire le qualità dell’uomo felice che sono il rispetto, la condivisione, la fiducia e l’amore.
-Dunque coltivare solo i piaceri egoistici ci fa rimanere ad un livello primitivo di umanità, ci tiene incatenati all’istinto di sopravvivenza.
-Sì, anche se può manifestarsi in modi apparentemente raffinati e civili, la ricerca del puro piacere egoistico è un meccanismo di autoconservazione che opera solo nella logica del vantaggio personale, del profitto a tutti i costi, dell’”io” e del “mio”.
-E quindi la felicità?
-Comincia proprio da qui, dal superamento dell’istinto egoistico che spinge all’appropriazione. Ci deve essere una conversione della ricerca dall’esterno all’interno, dalle cose che vogliamo avere a quello che vogliamo essere.
-Credo che essere meno legati al possesso di cose e persone ci renda più indipendenti e liberi, ci faccia apprezzare di più la bellezza della natura e delle relazioni umane.
-Proprio così, più ci si preoccupa di ciò che si ha, meno si è. È ovvio che ci sono bisogni ineludibili, naturali e assolutamente legittimi. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che possedere di più ci faccia essere soddisfatti, realizzati e più felici.
-Quindi capisco che la vera felicità è uno stato di serenità, di pace, di quiete interiore…
-…di fiducia, di rispetto per tutto ciò che esiste, di amore e amicizia. È vivere tranquilli e sorridenti, pronti a condividere la ricchezza del mondo guardando al bene di tutte le persone, senza esclusioni.
-È dunque uno stato del nostro essere che non cambia con le situazioni, ma che permane stabile al di là delle circostanze.
-E questa è la vera libertà di un essere umano completo e padrone di sé, di colui che ha capito che possedere oltre un limite ragionevole non rende felici. Invece di cercare di avere sempre di più entrando in un’estenuante guerra contro tutti, la felicità è all’opposto in questo paradosso: non possedere nulla e avere tutto.
-Questo mi è difficile da capire, sembra una contraddizione…
-Il paradosso descrive un atteggiamento interiore che prescinde da ciò che davvero si possiede. Non si tratta di diventare asceti, ma di vivere tutto con distacco, con animo leggero, riducendo le pretese di un io sempre pronto ad afferrare e dominare.
-Forse ho capito: se non cerchi di possedere sei libero di apprezzare la vita in tutte le sue espressioni, ringraziando per quello che hai senza desiderare il superfluo.
-Per vivere bene e felici basta poco, non è necessario essere imperatori del mondo, che sarebbe un vivere nell’ansia e nella paura. Quando non posseggo nulla, ecco il paradosso, tutto mi appartiene, non nel senso del dominio, ma perché posso godere ogni cosa per quello che è, nel suo venire e andare, senza farne una preda da mettere fra i trofei.
-Sì, non dobbiamo trattenere la ricchezza del mondo ma condividerla e offrirla a tutti, non dobbiamo possedere le persone ma lasciarle libere di essere e di esprimersi per quello che sono, non dobbiamo attaccarci alle cose che vanno e vengono perché altrimenti soffriremo.
-Dobbiamo comprendere che non possiamo possedere nulla nel mondo, perché niente è nostro, tutto cambia, trascorre e va: la ruota della Fortuna gira senza fermarsi. Possiamo però godere di ciò che esiste se lo facciamo senza attaccamento, con lo spirito del gioco, con curiosità e innocenza.
-E quanto alle qualità che definiamo interiori…
-Quelle rimangono sempre con noi perché non soggiacciono al tempo e agli eventi. La gentilezza ad esempio è una qualità che dà felicità a sé e agli altri, richiede un lungo lavoro di affinamento, ma una volta acquisita ci appartiene per sempre come modalità esistenziale. Oppure se dai aiuto agli altri non lo fai pensando che sia un merito o un sacrificio, lo fai semplicemente perché è una cosa che ti sembra bella e che ti rende felice.
-È chiaro quindi che la felicità si può condividere ed espandere, ma solo con lo scambio reciproco, superando le barriere dell’egocentrismo.
-Alla fine capiamo di essere tutti connessi in un’unica umanità, non siamo monadi isolate, non siamo qui per fare del mondo un campo di battaglia. La felicità è un diritto di tutti, è il fine ultimo di ogni ricerca, è il modo di stare nel mondo e con gli altri che dà senso e pienezza ad ogni istante vissuto.
12 gennaio 2023