
86 Il dono più grande
Era un fiero cavaliere di nobile stirpe
sempre pronto alle armi e alla battaglia.
Ogni giorno sfidava il nemico sul campo
schivando i colpi mortali della spada,
percorso da un brivido di euforia
mentre la sua vita palpitava appesa
tra il filo della lama e la falce della morte.
La vita gli appariva bella e generosa,
era quella di un eroe senza macchia
che lotta impavido sull’orlo dell’abisso
nel nome di una gloria tutta terrena.
Ma un desiderio sempre lo tormentava,
quello di diventare immortale come un dio
per vivere nell’eternità di un tempo infinito
le grandi battaglie e le gesta degli eroi.
E accadde un giorno al prode cavaliere
di trovare, chissà come chissà dove,
il sospirato elisir dell’immortalità,
prodigioso farmaco per la vita eterna
che bevve d’un fiato, senza esitare…
Una sensazione di forza lo pervase,
una baldanza e un ardimento nuovi
infondevano un senso di invincibilità
nel furore di una selvaggia ebbrezza.
Si prospettava per lui un tempo infinito
come per gli dei immortali dell’empireo,
un’esistenza dalle illimitate possibilità.
Ogni uomo cerca di allontanare la morte
spinto dal desiderio di una vita senza fine,
ma quando la saggezza riesce a prevalere
si avvede del pericolo che si nasconde:
l’immortalità può essere il più grande premio,
ma anche la più grande disgrazia per l’uomo,
una prigione da cui è impossibile evadere,
una condanna definitiva e senza appello.
Ma il cavaliere illuso non vide il rischio.
Dopo aver bevuto la pozione, folle di gioia,
fece una furiosa galoppata a cavallo,
ma disarcionato cadde in modo rovinoso.
Ora si trovava storpio e invalido per sempre,
non avrebbe più potuto fare alcunché
di quello che può essere fatto da un cavaliere.
La sua vita sarebbe stata grama e infelice.
Ormai seduto immobile su una stuoia,
le armi mute e impolverate in un angolo,
ogni gloria sarebbe stata solo un ricordo.
La vita era diventata d’un tratto grigia,
insensata, dolorosa e insopportabile,
una storia dove non sarebbero più contati
la forza, il coraggio e l’intraprendenza.
Ma ancor più terribile era che quella vita
sarebbe continuata così per l’eternità,
in una condizione di totale impotenza,
senza possibilità di riscatto e liberazione.
Adesso era la morte ad apparire desiderabile,
il trapasso era la più grande aspirazione.
Non potendo più sfidare la morte
che era ormai fuori dal suo orizzonte,
la vita perdeva ogni gusto e ogni colore.
Perché è proprio il giocare tra vita e morte
che dà quel brivido irripetibile e unico
all’uomo che inscrive il proprio destino
nel gesto coraggioso e tragico dell’eroe.
E allora il cavaliere con umile preghiera
si rivolse agli dei implorando un regalo,
quello più prezioso per un essere umano,
il dono sublime della mortalità.
Un dio benevolo accolse la sua supplica
e gli concesse di tornare ad essere
mortale tra i mortali, secondo la Legge.
Di fronte a quella immensa grazia divina
il cavaliere pianse di gioia e commozione.
Ora poteva morire oppure ancora vivere,
ma scegliendo in libertà la propria sorte,
senza sentirsi condannato per l’eternità
al giogo funesto di un’esistenza infinita.
Perché per l’uomo saggio e consapevole
essere mortale è la cosa più bella.
La coscienza della morte eleva alla dignità
e alla gloria che è solo degli esseri umani
quando abbracciano il proprio destino,
amando l’esistenza e ogni istante di vita,
accettando la morte come il dono più grande.
7 gennaio 2023